Quando lo Stato ha bisogno di soldi i cittadini sono chiamati a fare il loro dovere. Ce lo insegna perfino la storia.
La riscossione dei tributi si trova già nell’impero dei Babilonesi e da allora nessuno è mai più riuscito ad eliminarla. Certo, poi si può discutere sull’uso del denaro scucito alle tasche dei cittadini, ma di fatto ognuno è chiamato a dare il proprio contributo per il corretto funzionamento della macchina pubblica.
Certo, versare denaro all’Erario piuttosto che sul proprio conto corrente è una pratica poco amata. E, dopo un anno di pandemia, lockdown, aziende chiuse, cassa integrazione e licenziamenti all’orizzonte piace ancora meno. I bilanci delle famiglie sono stati impoveriti. Quelli delle aziende faticano a quadrare. Si vorrebbe che gli sconti in fatto di tasse fossero sempre più consistenti. Certo, ci sono i crediti di imposta, i bonus per andare in vacanza, per pagare la baby sitter, la bici elettrica, il monopattino e i computer per i figli in Dad.
Ma poi, nel momento in cui si compila il modello F24, il malcontento è palpabile. Sì perché, complice sicuramente lo stress psicologico che travolge la vita dei cittadini da dodici mesi a questa parte, la sensazione è di dover restituire comunque un “prestito” senza averne le reali possibilità. Il tutto con indicazioni di non facile comprensione. Anche perché, perfino gli addetti ai lavori si trovano a doversi districare tra una raffica di norme che tutto fanno fuorché aiutare in modo semplice i cittadini. Lo sanno bene i commercialisti che quest’anno come non mai, hanno trascorso giornate e giornate a studiare decreti, regole, eccezioni e novità da applicare alle dichiarazioni e, soprattutto, da spiegare ai loro clienti.
Eppure nonostante le montagne di carta, la digitalizzazione che non ha ancora ritmi spediti e i rinvii, il termine ultimo del 30 settembre non è così lontano. Basta semplicemente quella data per ricordarsi che, nonostante l’emergenza sanitaria ed economica, siamo di nuovo chiamati a dare a Cesare quel che è di Cesare.